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OMOGENEITÀ E CORAGGIO GESTIONALE: L’INNOVAZIONE IRRIGUA COERENTE CON LA STORIA

Scritto da

Confagricoltura

Pubblicato il

10/10/2025

In questa fase di inattività irrigua, sia come distribuzione che come costituzione delle riserve, proseguono gli articoli di approfondimento.

E’ in fase di revisione, da parte dell’Autorità di Bacino per il Po, il Piano di bilancio idrico. Si tratta di un documento poco conosciuto in ambito agricolo, ma che costituisce uno degli elementi più importanti di pianificazione rispetto alle risorse irrigue.

Confagricoltura Pavia sta collaborando in modo stretto con l’Autorità di Bacino al fine di tutelare l’irrigazione in ambito risicolo, trovando ampia condivisione nell’Autorità rispetto alla restituzione a Po delle portate derivate in favore del terrazzo risicolo.

Il corretto esercizio di queste portate è fondamentale, non solo per produrre, ma per salvaguardare ambiente e costanza delle portate nel Po.

Questo equilibrio storico è stato raggiunto grazia alla costruzione, nei secoli, di due macro ambiti irrigui uno in sponda destra e uno in sponda sinistra del Sesia: si potrebbe dire ad est e a ovest del Sesia.

Ciò che oggi sono i comprensori di Est Sesia ed Ovest Sesia non sono due entità nate per via burocratica o secondo logiche prettamente amministrative, ma sono la sintesi di 800 anni di riordino irriguo e fondiario svolto, come già evidenziato, prima dai monaci, poi dalle casate nobiliari ed infine dal comparto agricolo che si è autonomamente organizzato in Consorzi di natura privata.

Il sistema irriguo, entità profondamente diversa dalla bonifica, si è costituito per areali con andamento nord/sud dalla Dora Baltea fino al Ticino, con dinamiche via via diverse. Realtà simili ma non uguali si trovano dalla Dora Baltea all’Elvo, al Cervo, al Sesia, all’Agogna, all’Arbogna (Erbogna/Erbognone), al Terdoppio (Novarese e Lomellino) per arrivare al Ticino. Situazione analoga anche proseguendo oltre il Ticino.

Questi sotto bacini idrografici del Po presentano una differenza di giacitura e di pezzatura, a cui si sommano le dinamiche pedologiche estremamente variabili. 

Raggruppando in macro aree queste differenze si può costituire una macro area ad Ovest del Sesia (in sponda destra) e una macro area ad Est del Sesia (in sponda sinistra del fiume). Ecco che l’asta del Sesia (che nel vercellese assume desinenza femminile, la Sesia) diventa elemento di demarcazione di territori che, per altro, hanno visto dal punto di vista storico, l’organizzazione idraulica influenzata da ambiti culturali spesso molto diversi se non antitetici.

Non mancano le contaminazioni virtuose come l’interessamento di Leonardo da Vinci rispetto alla costruzione del Naviglio di Ivrea e, 400 anni dopo, la costruzione del Gran Canale che tutti conosciamo come Canale Cavour, denominazione assunta su proposta di Quintino Sella dopo la morte del Conte.

Le differenze dei bacini idrografici prima elencati necessitavano di un elemento di compensazione e di omogeneizzazione delle disponibilità irrigue. Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 si innescò un potente dibattito che, nel 1840, porterà il sartiranese Giuseppe Nigra a teorizzare l’uso delle acque della Dora Baltea per integrare le portate irrigue presenti in Lomellina, questa fu l’idea che porterà prima l’agrimensore Rossi e poi l’ingegnere Noè ad immaginare il Canale Cavour e quindi realizzarlo in appena 1000 giorni tra il 1863 e il 12 aprile 1866.

Per altro la realizzazione del Canale consentiva di rilanciare i territori lomellini, molto provati e danneggiati durante le guerre d’indipendenza del 1848 e del 1859.

Ecco che le acque del Po, e poi quelle della Dora Baltea, veicolate per mezzo del Canale Cavour, diventavano elemento di bilanciamento irriguo in territori diversi uniti dalla vocazione risicola.

Ragionamento analogo potrebbe essere fatto anche per la porzione in sinistra Ticino, ma questo sarà oggetto di un prossimo approfondimento insieme al ruolo del Lago Maggiore.

Il Canale Cavour, anche con il concorso del Canale Regina Elena, diventa così elemento di stabilizzazione di areali interregionali dove l’aspetto amministrativo è sempre stato subordinato all’ovvia appartenenza a bacini idrografici che si sviluppavano da nord a sud e vedevano nel Po il confine più meridionale, nella Dora Baltea il confine più occidentale, nel Ticino il confine più orientale e nel Sesia l’asse di simmetria di territori omogenei ma diversi per caratteristiche, storia, genesi e gestione.

Questo sistema ha trovato il suo equilibrio nella grande disponibilità d’acqua del comparto favorita dall’orogenesi che ha regalato alle Alpi occidentali le vette più alte del continente.

Questo equilibrio si è sconvolto negli ultimi anni e solo il regolamento di gestione post 2022 di Est Sesia sembra essersene accorto.

In queste settimane, tra i tanti elementi di preoccupazione che emergono in modo plastico, ne spiccano almeno due:

  • L’ipotesi di revisione territoriale con deriva pubblica dei consorzi di irrigazione dell’areale risicolo;
  • L’avanzamento dei lavori propedeutici alla realizzazione di una centrale sull’imbocco del canale Cavour a Chivasso.

Nel merito.

Rivedere in ambito prettamente burocratico /amministrativo la struttura di consorzi che non nascono da perimetrazioni, sulla scorta di confini territoriali, ma nel rispetto di bacini idrografici sarebbe un grave errore. Questi ambiti irrigui sono nati grazie all’azione storica privata che ha saputo dare risposte ad esigenze territoriali senza uguali in Italia. Riperimetrarli con logica burocratica sarebbe un grave errore che rischierebbe di pregiudicare il già precario esercizio idraulico delle porzioni terminali, Lomellina su tutti.

Se rispondesse al vero che una delle ipotesi al vaglio delle Istituzioni è quella di organizzare le Associazioni Irrigue sulla base delle appartenenze regionali, l’areale risicolo vercellese/novarese accorpato e l’areale lomellino autonomo, saremmo davanti ad un evento così incoerente che non potrebbe essere vero.

Se si conoscesse la storia e le modalità di funzionamento dell’irrigazione governata fino al singolo campo dalle Associazioni irrigue dell’areale risicolo, allora non si potrebbe che concordare che l’attuale assetto, al netto della necessaria modernizzazione, risulta quello più congeniale ai bisogni di tutti gli imprenditori agricoli. Si potrebbe eventualmente riflettere se separare in modo netto la gestione degli appalti pubblici dall’esercizio irriguo così da evitare le attuali complicazioni. Il timore è però che i bisogni a cui dare risposte diventino altri e poco inclini all’esercizio irriguo. In tal caso ogni decisione diventerebbe possibile. La speranza, che allo stato sfiora la certezza, è invece che la necessità della salvaguardia irrigua dell’intero comprensorio irriguo risicolo sia e resti una priorità per tutti.

Parimenti non può essere realistico che le competenti Istituzioni autorizzino, in modo ordinario, una centrale sulla traversa a servizio della derivazione del Canale Cavour a Chivasso. Qualora questa ipotetica autorizzazione superasse il campo delle ipotesi e non avesse il coraggio di confrontarsi con gli scenari attesi, si prospetterebbe una grave sottovalutazione delle esigenze sistemiche non solo del sistema risicolo ma di salvaguardia dell’intero sistema del Po.

Le voci che si rincorrono parlano che questa ipotetica centrale determinerebbe utili, a favore del comparto irriguo, paro a circa 100.000 € all’anno. Ma quanti metri cubi d’acqua sottrarrebbe all’esercizio irriguo? Parrebbe che la centrale non sia dimensionata solo per turbinare il Deflusso Ecologico (che già sarebbe estremamente discutibile) ma che la progettazione stia immaginando una taglia delle turbine molto maggiore rispetto proprio al DE. Al netto che l’irrigazione estiva sarebbe tutelata in forza dell’antico diritto, la disciplina della compartecipazione agli utili determinerebbe un cambio delle modalità d’uso con un ipotetico (ma non certo) interesse economico di breve periodo delle Associazioni irrigue potenzialmente più coinvolte a produrre energia in loco piuttosto che a far circolare l’acqua quanto più possibile anche nei momenti di minore idroesigenza.

Ma quanto potrebbero costare 100.000 euro? Sicuramente più di 100.000 euro perché l’esercizio di una centrale sulla traversa determinerebbe sottrazione di portata e riduzioni del periodo d’uso della risorsa durante l’anno, soprattutto se dimensionata per portate molto superiori a quelle del Deflusso Ecologico. 

Se poi il Deflusso ecologico dovesse essere ridotto grazie al water farming, e all’auspicato riconoscimento della restituzione della falda freatica al sistema fluviale, come lavorerebbe questa ipotetica centrale realizzata da soggetti terzi vincolati ai soggetti irrigui da un semplice disciplinare di couso della traversa?

In tempi di scarsità d’acqua si andrebbe ad incrementare la concorrenza nell’uso, per altro con portate che verrebbero sottratte all’ampio esercizio idroelettrico ad acqua irrigua fluente presente sulle reti consortili. 

Governare la concorrenza negli usi dell’acqua per non introdurre ulteriori elementi di stress. 

Edward Lorenz ci ha consegnato la metafora secondo cui “un battito d'ali di farfalla può provocare un uragano dall'altra parte del mondo”: è la teoria del caos.

Se si autorizzasse una centrale senza introdurre elementi di tutela ben superiori a quelli previsti dalle attuali procedure, si rischierebbe di incrementare l’attuale stato di caos.

E il caos si amplifica più ci si allontana dalle derivazioni, quindi soprattutto in Lomellina. Una scelta della città metropolitana di Torino potrebbe avere diretti impatti sull’irrigazione della Lomellina. Qui emerge la necessità di pianificare in modo nuovo e ampio.

La centrale su cui si conferma, come Confagricoltura Pavia, l’assoluta contrarietà alla realizzazione in quanto elemento potenzialmente destabilizzante dell’intero sistema irriguo, vede, stante l’attuale normativa, implicite criticità:

  • Ruolo marginale di Coutenza Canali Cavour nel governo del nodo idraulico;
  • Concessione di portate potenzialmente non compatibili con l’attuale volatilità delle condizioni meteoclimatiche che stanno trasformando l’andamento del Po da alpino ad appenninico, la concessione dovrebbe essere, nel malaugurato caso di realizzazione, rivista operativamente con periodicità al massimo quinquennale, come si è fatto ad esempio in provincia di Pavia per la rete di pozzi di soccorso realizzati post 2022;
  • Necessità di salvaguardare l’uso delle portate irrigue durante tutto l’anno al fine di poter disporre di acqua sia per l’irrigazione, che per azioni di water farming a servizio dell’intero bacino padano.

L’esperienza della centrale di Palestro racconta di un Roggione di Sartirana che resta in esercizio irriguo, per oltre due terzi della sua lunghezza, poco più di tre mesi l’anno, con inevitabili ripercussioni sulla ricarica della falda freatica e quindi sulla disponibilità dei fontanili dell’areale lomellino sud occidentale.

Appare evidente come la necessità di incentivare la produzione di energia da fonti sostenibili necessita di una pianificazione ampia e coordinata, consapevoli degli impatti sistemici che singole scelte puntuali potrebbero determinare. Ad oggi mancano strumenti coordinati per gestire gli impatti su scenari ampi e le voci, un po’ disordinate, di riforme dei consorzi irrigui che si stanno rincorrendo, non possono lasciare indifferenti, consapevoli degli equilibri sempre più labili su cui si basa l’irrigazione in ambito risicolo.

100.000 euro di incassi, ma quante tonnellate di riso in meno? 

Istituzioni e Associazioni Irrigue, prima di autorizzare centrali sulle traverse a monte del sistema irriguo dovrebbero riflettere in modo attento sugli attuali scenari meteo climatici, sulla disponibilità d’acqua, sulla sempre più pressante assenza di neve e sulla disperata necessità di cambiare, con urgenza, il paradigma irriguo magari tornando all’esperienza del passato.

Una centrale, concessionata per decine di anni, andrebbe a pregiudicare l’uso della risorsa in momenti di scarsa idroesigenza colturale, quando invece servirebbe far circolare acqua per ricaricare la falda freatica utilizzandola come un serbatoio che mitighi l’assenza di neve e funzioni a servizio dell’intero bacino padano.

In sintesi: 100.000 euro, e poi? E a che prezzo?

Per altro, anche grazie al parere contrario di Coutenza Canali Cavour, una simile centrale è già stata diniegata, proprio sulla traversa del canale Cavour, nel 2019. A questo link si trova il documento.

http://www.torinometropoli.it/cms/risorse/ambiente/dwd/via/provvedimenti-valutazione/val251-300/DCD_n.51-1084.pdf

Gli attuali scenari, la necessità di sostituzione della neve che sempre più manca sulle Alpi occidentali, impongono di rivedere strategie e modalità operative. Il tempo delle centrali idroelettriche realizzate senza una precisa e condivisa programmazione, il tempo dei “sollevamenti pagati da altri”, il tempo delle scelte puntuali e non strategiche è finito! Il gong è stato suonato inesorabilmente dall’accelerazione del cambiamento climatico che impatta sul quotidiano di ogni impresa agricola.

E mentre si discute, (come già si disse mentre Roma discute Sagunto brucia) la falda freatica va male, con il peggior accumulo degli ultimi 5 anni. A pari data siamo 30 cm più bassi del 2022.

Forse, almeno in questo, dovremmo copiare dai cugini francesi: è di questi giorni un articolo su Le Monde (il principale quotidiano francese) che racconta proprio dell’andamento della ricarica delle diverse falde.

https://www.lemonde.fr/planete/article/2025/10/08/nappes-phreatiques-une-situation-favorable-en-france-pour-le-moment-mais-incertaine-pour-la-suite_6645332_3244.html

E’ il tempo del pragmatismo, di scelte coerenti con gli scenari attesi, che sono, per il bacino padano, assai peggio delle modellazioni fino ad oggi disponibili. Non è più il tempo delle non decisioni o dei provvedimenti singoli e sterilmente burocratici.

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