
Abstract
Il documento analizza in profondità le sfide idriche che attendono la risicoltura tra Lombardia e Piemonte, evidenziando come il cambiamento climatico stia compromettendo l’equilibrio idraulico e ambientale costruito nei secoli. La risicoltura, oltre a essere una pratica agricola, rappresenta un sistema complesso di gestione territoriale basato sulla distribuzione dell’acqua, che oggi è messa a dura prova da siccità prolungate, nevicate tardive e fusione anticipata.
Attraverso l’analisi del parametro SWE (Snow Water Equivalent), si evidenzia un calo costante dell’accumulo nevoso, con conseguente riduzione della disponibilità irrigua nei mesi estivi. I serbatoi alpini, prevalentemente idroelettrici, trattengono solo una minima parte dell’acqua derivante dalla neve sciolta, mentre il Lago Maggiore, pur avendo un ruolo strategico, presenta limiti di regolazione che ne riducono l’efficacia.
Il documento propone un ripensamento radicale della gestione idrica, puntando su:
- una revisione del mix energetico per garantire rilasci costanti dai bacini idroelettrici nei mesi critici;
- l’incremento della capacità di regolazione del Lago Maggiore con interventi infrastrutturali mirati;
- l’utilizzo sistemico della falda freatica come serbatoio naturale, attraverso la sommersione invernale delle risaie e la semina in acqua.
Si sottolinea l’importanza di costruire modelli predittivi e gestionali basati su dati in tempo reale, per ottimizzare l’uso della risorsa idrica e garantire la sostenibilità ambientale ed economica del sistema risicolo padano. La falda freatica, con una capacità di accumulo stimata in 850 milioni di m³ nelle sole province di Pavia, Vercelli e Novara, rappresenta una risorsa già disponibile e storicamente efficace, che può essere valorizzata con scelte politiche e operative lungimiranti.
Approfondimento
La risicoltura praticata tra Lombardia e Piemonte non è solo una produzione agricola: è la sintesi di un equilibrio territoriale, ambientale e idraulico costruito dall’azione umana nel corso di oltre 8 secoli.
Esiste la risicoltura perché è stato creato il governo diffuso dell’acqua. L’acqua agisce da collante che media le differenze dei territori. La peculiarità del terrazzo risicolo è data dall’eterogena genesi geologica, storica e antropologica di territori accomunati dalla vocazione risicola. Uguali nelle differenze.
Nella complessità del mondo risicolo nord occidentale, che interessa almeno 7 province e due regioni, con Pavia, Vercelli e Novara che rappresentano, nell’ordine, l’asse portante, si manifesta in modo sempre più enfatizzato l’accelerazione del cambiamento climatico che stiamo vivendo.
Le condizioni climatiche sono sempre cambiate nel corso dei secoli ma mai si è assistito, stante le attuali conoscenze, ad un cambiamento climatico così repentino e accelerato.
Le imprese agricole sono le entità più esposte a questa fase di caos ambientale e sono anche le realtà a cui le Istituzioni richiedono i sacrifici maggiori per mitigarne gli effetti. Esempio ne è il divieto di utilizzo dell’Urea mentre in altri comparti non si ha notizia di interventi con una simile cogenza e rapidità.
Dopo la siccità da tutti ricordata come quella dell’estate 2022 ma che iniziò nella prima decade di dicembre 2021 e terminò a fine aprile 2023, diventa fondamentale il tema delle riserve idriche e la conoscenza in tempo reale e con modelli predittivi dei volumi disponibili.
Prima ancora di quantificarle è necessario ribadire come l’agricoltura, soprattutto la risicoltura, non consuma acqua ma la usa in modo distribuito creando anche aree umide di assoluto pregio e consentendone una restituzione al sistema fluviale della valle ampia del Po, dilazionata nel tempo e nello spazio, che diventa fondamentale per dare stabilità alle portate del Po soprattutto in caso di scarsità. Questa dinamica fa si che le derivazioni irrigue fluviali, poste al servizio dell’agricoltura, assolvono a una funzione ambientale ben più potente di quanto delegato, ad esempio, al rilascio del deflusso ecologico che risolve solo criticità ambientali localizzate nell’ambito fluviale ristretto.
Il rapido innalzamento delle temperature, che sta interessando sempre più il quadrante occidentale della pianura padana, ha determinato importanti modifiche degli accumuli nevosi che sono sempre più esigui e sempre più tardivi.
L’accumulo delle riserve idriche è dato dalla somma di tre tipologie di stoccaggio:
- Neve, misurata per mezzo dell’SWE Snow water equivalent;
- Invasi e laghi, misurata in metri parametrizzati che indicano un volume o in metri cubi;
- Falda freatica, misurata in cm che rappresenta un volume complessivo stimato sulla base di una prima modellazione predisposta da Confagricoltura Pavia.
Utile è conoscere l’SWE, dove si utilizza e cosa rappresenta.
Nelle analisi delle riserve, quando si parla di neve, si ricorre all’SWE per stimare quanta acqua è disponibile dallo scioglimento della neve.
In pratica, rappresenta, per una data superficie, il volume d’acqua che si otterrebbe se tutta la neve presente in un’area si sciogliesse.
Si esprime di solito in milioni o miliardi di m3 a seconda dell’estensione dell’area di riferimento e si calcola considerando la densità della neve e il suo spessore.
Gli studi condotti analizzando l’andamento dell’SWE negli ultimi 40 anni, evidenziano un costante calo di questo indice, andamento speculare rispetto all’innalzamento delle temperature medie.
Approfondimenti si possono trovare in questo articolo: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022169422011027
La tendenza è, allo stato, irreversibile e se all’inizio riguardava solo la neve nelle quote medio basse (1000 m slm), il progressivo surriscaldamento ha intaccato anche ghiacci storici che si erano formati nei secoli e il cui scioglimento ha dato una transitoria, ora terminata, sovrabbondanza d’acqua da fine anni 90 al 2020.
In sintesi si può affermare che:
- Il calo del SWE è più marcato alle altitudini inferiori (in cui la neve dipende più strettamente da temperature marginali rispetto ad alta quota);
- Il “change-point” o momento di svolta è indicato attorno alla fine degli anni ’80 / inizio anni ’90 quando è iniziata la compromissione dei ghiacci storici;
- Le variabili che governano queste tendenze includono: aumento della temperatura (specialmente invernale/primaverile), alterazioni della neve-precipitazione (es: più precipitazione liquida vs solida), e modificazioni del bilancio neve/melt.
Negli ultimi due anni si è poi assistito a nevicate sempre più tardive che influenzavano in modo positivo l’SWE in modo transitorio. Purtroppo la neve tardiva favorisce l’illusione della disponibilità irrigua ma
Per pianificare le attività irrigue e provare a modellare andamenti, attività che Confagricoltura svolge in modo costante dal 2021, occorre interpretare l’SWE che ogni ARPA regionale comunica.
La scarsa gestione a livello di bacino e l’eccessiva parzializzazione regionale limitano la possibilità di avere dati omogenei in quanto ogni Regione (Piemonte, Val d’Aosta e Lombardia) gestisce il dato in autonomia, e poi vorrebbero anche entrare nella gestione irrigua…
Per fortuna nei bollettini dell’Autorità di Bacino per il Po si trovano alcuni dati aggregati ma occorre fare un salto di qualità nella raccolta dei dati, nella modellazione e nella rapida comunicazione delle informazioni disponibili.
Al seguente link è visibile un bollettino dell’Autorità di Bacino per il Po che indica l’andamento dell’SWE nel corso del 2025.
https://www.adbpo.it/wp-content/uploads/2025/10/aggiornamento-settimanale_20251016.pdf

Complessivamente sull’arco Alpino confluente nel Po, con l’esclusione del dato Elvetico, erano presenti circa 3,6 miliardi di m3 di acqua nel mese di marzo, grazie alle nevicate tardive.
Solo 2,5 miliardi erano allocati tra Piemonte e Valle d’Aosta a monte del terrazzo risicolo. Nel mese di giugno, quando le irrigazioni non erano, di fatto, ancora iniziate, l’accumulo era ridotto a poco più di 500 milioni di metri cubi.
Le ondate di calore sempre più anticipate hanno compromesso, nel bacino del Po, tra marzo e giungo, quasi 3 miliardi di m3 di acqua sotto forma di neve, che si è sciolta ed è defluita a mare inutilizzata invece che essere stoccata nella falda freatica risicola per mezzo, ad esempio, della semina in sommersione.
Sono numeri che preoccupano molto: si sta sempre più posticipando l’idroesigenza agricola mentre si sta sempre più anticipando lo scioglimento nivale.
La neve, soprattutto se tardiva, si scioglie completamente nei mesi primaverili così che nei mesi estivi è assente il contributo da scioglimento nivale: i fiumi alpini stanno assumendo un comportamento appenninico e il sistema idraulico ed irriguo non è minimamente preparato a gestire un simile scenario.
Diventa urgente, e non più rimandabile essendo già in grave ritardo, pianificare una nuova gestione delle risorse irrigue utilizzando in modo nuovo le capacità di accumulo esistenti e costituite da dighe, laghi e falda freatica.
Partendo dalle dighe: pensare di vederne realizzate di nuove è un esercizio che interesserà, forse, i nipoti delle persone più giovani oggi operanti in agricoltura. La decennale storia della diga della Val Sessera, in capo a un consorzio di bonifica pubblico, ne è plastica prova.
Diventa perciò necessario acquisire confidenza operativa con l’analisi dei dati di riempimento dei serbatoi idroelettrici esistenti in quanto costituiscono uno degli addendi che porta alla somma della disponibilità irrigua.
In Italia il dato del riempimento in dettaglio non disponibile, a differenza della Svizzera che lo pubblica, con aggiornamento settimanale e suddiviso per bacini, a questo link:
https://www.uvek-gis.admin.ch/BFE/storymaps/AP_FuellungsgradSpeicherseen/?lang=it
Il dato del Canton Ticino, (figura 2) a monte del lago Maggiore, è attualmente positivo. Ci si aspetta un simile andamento anche per i serbatoi italiani.

In realtà in Italia non è disponibile neppure un catasto pubblico diretto dei grandi invasi ma occorre organizzare i dati reperibili sul sito:
https://dgdighe.mit.gov.it/categoria/articolo/_cartografie_e_dati/_cartografie/cartografia_dighe
Andando ad incrociare e organizzare le informazioni è stato predisposto l’elenco dei principali invasi, già pubblicato ne “La Cura della Falda” edito da Astrolabio nel 2023.
Sono stati organizzati i dati per bacino irriguo adottando come elemento la dorsale irrigua di riferimento.

Ne emerge una capacità nominale di invaso nell’areale a monte della derivazione del Canale Cavour e del sussidiario Farini, pari a circa 250 milioni di m3.

Ne emerge una capacità nominale di circa 165 milioni di m3 posta in territorio italiano a monte del lago Maggiore, a questa capacità deve essere aggiunta la capacità di invaso presente nel territorio elvetico qui non computata.

Ne emerge una capacità nominale di circa 335 milioni di m3 posta a monte del lago di Como.
La capacità complessiva del sistema di dighe presente a monte dell’areale risicolo delle province di Pavia, Vercelli e Novara è di circa 420 milioni di metri cubi. Nello stesso areale a marzo 2025 lo SWE era di oltre 2,5 miliardi di metri cubi.
Ad oggi i serbatoi artificiali riescono a trattenere, nella porzione centro occidentale delle Alpi, circa il 15 % della neve sciolta, percentuale che crolla al 7% se consideriamo anche le piogge.
Ma se ad una prima visione il costruire nuove dighe sarebbe la panacea di ogni problema, la figlia del Dio della Medicina difficilmente riuscirà ad intervenire per una pluralità di cause:
- Difficoltà a reperire luoghi dove realizzare nuovi grandi invasi: una diga comporta espropri, impatti ambientali, gestione infrastrutturale complessa;
- Elevati costi di realizzazione di nuovi invasi (ogni metro cubo di capacità di invaso costa circa 30 euro, a prezzi 2023), raddoppiare la capacità di invaso nelle sole alpi nord occidentali a monte dell’areale risicolo, costerebbe ben più di 10 miliardi di euro, quasi il 7% dell’intero importo del PNRR;
- Tempistiche di realizzazione: se negli anni 60 del secolo scorso in 7/8 anni si costruiva una diga completa di tutte le infrastrutture, oggi occorrerebbero, dalla progettazione alla realizzazione, molti decenni come molte esperienze in corso, e mai terminate, ne sono testimonianza;
- Assenza, ad oggi, di uno strumento pianificatorio a livello di bacino che preveda volumi, siti e tempistiche per la realizzazione di nuovi invasi significativi;
- Una complessiva diffidenza verso i grandi invasi, eredità della tragedia, dalle evidenti responsabilità umane, del Vajont.
Queste imponenti criticità, sia a livello temporale che a livello di impatto ambientale e di impegno economico, impongono di gestire in modo nuovo e pragmatico le capacità di invaso esistenti.
Come gestire serbatoi, laghi e falda freatica in modo nuovo.
I grandi serbatoi delle Alpi hanno, nella gran parte dei casi, vocazione idroelettrica. Possono intervenire, come in parte avvenuto nel 2022 con riferimento al bacino del lago di Como, fornendo rilasci emergenziali in caso di conclamata criticità. Ciò che diventa essenziale è modificarne, almeno nei mesi estivi quando massima è il fabbisogno irriguo (dal 10 giugno al 10 agosto) la produzione idroelettrica cercando, almeno nell’areale piemontese e valdostano, di garantire una costanza di produzione così da avere rilasci poco variabili nell’arco della giornata. Questo necessita di una revisione complessiva del mix energetico sempre più condizionato dai picchi di produzione fotovoltaica.
E’ ormai evidente come le oscillazioni di portata fluviale e il calo di disponibilità di acqua agli imbocchi, si ripercuote in modo enfatizzato sulle code del sistema irriguo con impatti quanto mai negativi in provincia di Pavia.
Passando ai serbatoi naturali: la regolazione del Lago Maggiore diventa strategica e quanto mai importante per il governo della domanda di risorsa irrigua nell’intero scenario padano.
Attualmente il Lago ha come limite di regolazione estiva, già in fase sperimentale, pari a 1,35. Questo dato porta ad un’oscillazione teorica paria a 1,85 m sullo zero idrometrico di Sesto Calende dove si varia da -0,50 a +1,35. Ovviamente già a -0,20 la regolazione diventa quanto mai complessa.
Il volume complessivo regolato teorico, stante l’estensione dell’invaso lacuale di 210 km2, è pari a 388 milioni di m3. A livello operativo e formale, il massimo invaso corrisponde a 315 milioni di m3. Assumendo una derivazione in competenza in sponda destra e sinistra del Ticino sublacuale, a monte delle ricostituzioni da falda, ne emerge una autonomia pari a circa 20 giorni. Si tratta di un dato teorico che non tiene conto degli afflussi che vanno ad integrare in parte, nei mesi estivi, le portate erogate. Appare evidente che l’intero volume accumulato nel lago Maggiore, nella teorica assenza di afflussi, è in grado di soddisfare le derivazioni per meno di 20 giorni.
In considerazione dell’andamento decrescente e anticipato dello SWE diventa necessario ragionare in ogni modo per incrementare la capacità di accumulo del Lago Maggiore superando anche il metro e cinquanta. Questo livello può essere gestito mediante una mappatura in continuo degli eventi di pioggia nell’intero invaso sia in territorio italiano che elvetico e una gestione sempre più rapida degli svasi del Lago. Non è più tabù immaginare la revisione del sistema di regolazione della Miorina, anche con la realizzazione di un eventuale scarico di fondo, sempre garantendo la sicurezza idraulica sull’intera asta del Ticino fino a Pavia evitando ulteriori rigurgiti in caso di piene concomitanti del Po e del Ticino.
Per innalzare il livello del Lago occorre investire anche sull’infrastrutturazione turistica e trasportistica del Lago Maggiore. Una prima analisi costi benefici, molto sommaria, evidenzia che innalzando il livello di regolazione di 35 cm si potrebbe aumentare la capacità di regolazione di oltre 70 milioni di m3. Realizzare una simile capacità di invaso con dighe costerebbe oltre 2 miliardi di euro mentre l’investimento per monitorare il bacino, ottimizzare lo svaso e attrezzare i 25 moli principali e le spiagge turistiche, è presumibile che sia intorno ai 500 milioni, con un risparmio, rispetto alla costruzione di invasi, del 75 % oltre che una rapidità esecutiva non paragonabile alla tempistica di costruzione delle dighe.
Un simile ingente investimento non darebbe beneficio solo al comparto agricolo ma avrebbe un valore multifunzionale consentendo di adeguare il sistema antropico presente sul lago Maggiore ai nuovi scenari meteoclimatici, oltre che ottimizzare il sistema di trasporto lacuale.
Altro elemento di invaso oggi poco valorizzato è la falda freatica del terrazzo risicolo: occorre, come già più volte evidenziato nelle precedenti analisi e approfondimenti, introdurre un elemento gestionale totalmente innovativo.
La falda freatica, alimentata dalla coltivazione del riso nelle province di Pavia, Vercelli e Novara, ha una capacità di accumulo stimabile in circa 850 milioni di m3.
Nel testo “La Cura della Falda” si ipotizza il volume di accumulo di cui alla figura 3.

Negli ultimi 5 anni si sta assistendo ad un preoccupante calo della capacità di accumulo a causa di una pluralità di fattori:
- Assenza di nevicate nelle aree pianeggianti e di conseguenza mancata ricarica invernale (con la sola eccezione del 2024 con l’eccezionalità pluviometrica);
- Cambio delle tecniche colturali con il progressivo abbandono della semina in acqua a causa dell’impossibilità di gestione delle erbe infestanti;
- Sempre più breve riattivazione del sistema irriguo anche principale, con lunghe asciutte da settembre al marzo successivo compresi;
- Concorrenza negli usi, soprattutto jemali, con la diffusione di centrali idroelettriche fluviali (vedi Roggione di Sartirana o Casale Monferrato).
La figura 4 evidenzia il calo dei picchi tardo estivi e la riduzione del volume annuale complessivamente rallentato dalla falda freatica.

Se per modernizzare il sistema infrastrutturale lacuale occorre un investimento importante, per utilizzare l’invaso costituito dalla falda freatica è solo questione di volontà operativa e politica.
La falda freatica in ambito risicolo si comporta come una immensa spugna, più scorre acqua più si impregna e restituisce lentamente al Po il volume trattenuto.
L’inerzia del sistema è stimabile in 80 giorni complessivi con le prime restituzioni al sistema Po dopo 40 giorni dall’immissione di acqua in falda per percolamento.
Ma prima di tornare nel Po le portate alimentano fontanili, restituzioni e colature. E nell’alimentare fontanili, colature e restituzioni creano una eccellenza ambientale per l’avifauna senza pari in tutto il bacino padano. E questa restituzione garantisce il 30 % del fabbisogno irriguo.
La gestione della falda come serbatoio avrebbe, inoltre, un chiaro vantaggio economico a livello collettivo. Immaginando, mediante la sommersione invernale, di governare almeno 300 milioni di metri cubi, ciò rappresenterebbe un vantaggio per la collettività. Costruire dighe per assicurare una simile capacità di invaso, costerebbe almeno 10 miliardi di euro. Una piccola quota parte di questo risparmio potrebbe essere investita, in ratei annuali, per incentivare imprese agricole e associazioni irrigue per avviare questo nuovo modello gestionale fatto di circolazione continua della risorsa irrigua.
Nelle scorse analisi abbiamo approfondito il caso del 5 settembre 2022 che è plastica dimostrazione della capacità di restituzione della falda anche in momenti critici.
Per sostituire la neve che manca, oltre a quella che si scioglie sempre prima, occorre utilizzare tutte le capacità di invaso facilmente reperibili o già disponibili. La Falda freatica è già disponibile e storicamente abituata a funzionare proprio da invaso grazie all’antica pratica delle marcite e dei prati marcitori, praticata fino a qualche decennio fa nella stagione invernale.
Si tratta di programmare un governo e un uso nuovo della risorsa idrica in agricoltura estendendola all’intero anno.
La sommersione invernale della risaia, se praticata su superfici con buone capacità di percolamento e sufficientemente ampie (decine di migliaia di ettari) permetterebbe di accumulare centinaia di milioni di metri cubi di risorsa che alimenterebbe prima il sistema irriguo dei fontanili e poi tornerebbe in disponibilità del sistema fluviale.
Gestire la falda freatica come un serbatoio regolato, il più grande serbatoio regolato d’Europa, è questione di scelte e di volontà. Ciò che occorre può essere così sintetizzato:
- Stabilire una netta priorità d’uso della risorsa irrigua rispetto ad altri usi, con la sola eccezione dell’idropotabile, sull’intero areale risicolo per 12 mesi all’anno;
- Evitare di introdurre nuove concorrenze nell’uso della sempre più precaria risorsa. Introdurre una moratoria sulla costruzione di nuovi impianti idroelettrici posizionati sugli imbocchi dei canali irrigui principali;
- Mantenere attiva la rete irrigua quanto più tempo possibile;
- Favorire la sommersione invernale e la semina in acqua con idonee misure di incentivazione assicurando la disponibilità della risorsa in modo prioritario;
- Favorire l’individuazione di nuove molecole che consentano il governo delle infestanti in modo sostenibile anche in presenza di semina in acqua;
- Riconoscere un bonus ambientale a chi pratica sommersione invernale e semina in acqua;
- Far pagare la risorsa irrigua in modo inversamente proporzionale ai tempi di utilizzo: più tempo si usa e si fa circolare l’acqua irrigua e meno la si paga.
- Costruire, da subito, un modello basato su una pluralità di sensori in real time per mappare l’andamento della falda freatica, la restituzione al sistema fluviale e il governo dell’idroesigenza;
- Ultimo, ma prioritario, costruire un modello di dettaglio con capacità predittive degli eventi metereologici così da poter gestire la sommersione invernale anche con l’attuale volatilità meteoclimatica.
Conclusioni
Visto il costante calo dell’accumulo nevoso, l’innalzamento termico, l’anomalia nella tipologia di precipitazioni, la compromissione dei ghiacci storici, l’anticipo della fusione nivale e il ritardo dell’idroesigenza, se si vuole mitigarne gli impatti sul bacino padano, occorre:
- Interpretare in modo corretto l’SWE;
- Gestire in modo nuovo, nei mesi estivi, gli impianti idroelettrici;
- Aumentare la capacità di accumulo del Lago Maggiore
- Far circolare quanta più acqua possibile e per quanto più tempo possibile sul terrazzo risicolo al fine di garantire la costante ricarica della falda freatica e il mantenimento degli ecosistemi, anche con un esteso ricorso alla sommersione invernale e alla semina primaverile in acqua;
- Creare modelli predittivi e gestionali con elevato dettaglio e importante automazione ricorrendo a strumenti di intelligenza artificiale generativa specifica e applicata.