L’imprenditrice agricola, punto di riferimento di Confagricoltura e Cavaliera dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, racconta le sfide dell’agricoltura contemporanea: dal cambiamento climatico alla necessità di investire in tecnologia, fino all’importanza di costruire un nuovo dialogo tra settore agricolo e società.
Deborah Piovan, imprenditrice nell’azienda agricola di famiglia nel Delta del Po, associata e punto di riferimento di Confagricoltura, è tra le protagoniste di “Pavia Internazionale”, l’iniziativa organizzata dalla Consulta dei Giovani di Pavia per promuovere il confronto su alcuni dei grandi temi del nostro tempo.
Insignita del titolo di Cavaliera dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno in ambito economico e scientifico, Piovan partecipa alla manifestazione con il talk “Innovativa, tecnologica e sostenibile”, dedicato alle trasformazioni che stanno attraversando il settore agricolo e alle prospettive dell’agricoltura del futuro.
Un’occasione per riflettere su un settore che, pur essendo alla base della nostra alimentazione e della nostra economia, è spesso poco conosciuto da una parte consistente della società. Ne abbiamo parlato con Deborah Piovan, affrontando il rapporto tra innovazione e opinione pubblica, gli effetti del cambiamento climatico e il ruolo dell’informazione.
Piovan, di che cosa parlerà a Pavia Internazionale?
«Vorrei innanzitutto raccontare che cosa è oggi l’agricoltura, perché è un settore profondamente innovativo e perché ha bisogno che la società comprenda, approvi e sostenga anche economicamente questa innovazione. In fondo tutti mangiamo tre volte al giorno: l’agricoltura produce il nostro cibo e, quindi, riguarda tutti noi. È il sistema attraverso il quale ci procuriamo ciò che mangiamo.
Per questo è importante conoscere quali sono oggi le sfide che affrontano gli agricoltori e quali strumenti abbiamo a disposizione per rispondere. Se non conosciamo né le une né gli altri, diventa difficile comprendere anche le richieste che arrivano dal settore e la necessità di finanziare l’innovazione e il suo ingresso nei processi produttivi.
Credo che partirò dalla storia recente del nostro Paese, mostrando quanto sia cambiata l’agricoltura nell’ultimo secolo: negli anni Cinquanta una parte molto consistente della popolazione italiana lavorava nel settore agricolo, mentre oggi a produrre il cibo per tutti è una quota molto piccola della popolazione».
Quanto sono importanti iniziative come questa, che portano questi temi fuori dagli ambienti strettamente agricoli?
«Sono fondamentali. Dobbiamo raccontare alla società che cosa è realmente l’agricoltura e quali problemi deve affrontare. È qui che diventano decisive la comunicazione e la condivisione: soltanto attraverso la conoscenza possiamo arrivare a scelte comprese e accettate.
Possiamo avere a disposizione un’innovazione straordinaria, ma se la società non la conosce e non la accetta, quell’innovazione non verrà utilizzata. E un’innovazione che non riesce a entrare nei processi produttivi, alla fine, fallisce.
Serve quindi un dialogo tra agricoltura e cittadini. Le esigenze del settore non possono essere spiegate soltanto agli addetti ai lavori, perché le decisioni che riguardano il modo in cui produciamo il cibo interessano tutta la collettività».
Cambiamento climatico e shock climatici sono problemi del futuro oppure li stiamo già vivendo?
«Ci riguardano moltissimo e ci riguardano già oggi. Il pianeta si sta scaldando e l’Europa è tra le aree in cui il riscaldamento sta avvenendo più rapidamente. In Pianura Padana l’aumento delle temperature estive è particolarmente rilevante: per una coltivazione anche pochi gradi di differenza hanno conseguenze enormi.
L’aumento delle notti tropicali, per esempio, significa piante sottoposte a maggiore stress e condizioni favorevoli anche alla diffusione o all’aggressività di insetti e malattie. Il clima è quindi una delle grandi preoccupazioni dell’agricoltura contemporanea.
Ma non è l’unica. L’instabilità geopolitica ha effetti immediati sui costi energetici e sulle materie prime. L’agricoltura è inoltre un settore poco elastico: non possiamo modificare rapidamente quello che produciamo per adattarci alle oscillazioni dei mercati, mentre cambiano continuamente sia i prezzi di ciò che dobbiamo acquistare sia quelli dei prodotti che vendiamo».
Tra le sfide indica spesso anche quella della comunicazione. Perché?
«Perché negli ultimi venticinque anni si è sviluppata anche una comunicazione costruita sulla paura, che ha spesso spaventato il consumatore rispetto a quello che mangia e a ciò che fanno le aziende agricole.
Per questo serve un lavoro paziente di racconto e divulgazione da parte di chi conosce il settore. E deve essere fatto con serietà e onestà intellettuale. Significa anche ascoltare le preoccupazioni delle persone e portarle al tavolo della discussione. Una paura può nascere da un’informazione sbagliata, ma il fatto che una persona la provi è reale. Non possiamo permettere che paure infondate blocchino ogni innovazione, ma non possiamo nemmeno liquidarle con sufficienza. Bisogna ascoltarle, comprenderle e rispondere con i fatti».
Guardando al futuro dell’agricoltura, è più ottimista o pessimista?
«Sono ottimista perché vedo una parte crescente della società che cerca luoghi nei quali trovare informazioni serie e attendibili. Ci sono lettori e cittadini che non hanno paura della complessità e che stanno imparando a diffidare degli slogan e delle risposte semplici a problemi complessi.
Questa per me è una buona notizia. La complessità non deve spaventarci: è anche bellezza, perché racconta la realtà per quella che è e può portarci a individuare soluzioni davvero utili ed efficaci.
Vedo una crescente richiesta di informazione rigorosa e una minore disponibilità ad accettare una comunicazione costruita soltanto sulla paura. Questo mi dà speranza. Se cresce una parte della società interessata a capire davvero l’agricoltura, allora possiamo sperare anche in politiche più responsabili e più attente al bisogno di innovazione del settore».