La raccolta si avvicina, ma per la cerealicoltura pavese il quadro resta critico. A preoccupare le imprese non è soltanto il livello delle quotazioni, ancora al di sotto di una soglia di convenienza economica, ma anche l’incertezza che si sta creando attorno ad alcuni sbocchi di mercato che negli ultimi anni avevano contribuito a dare maggiore stabilità al comparto.
Il tema resta aperto e conferma le difficoltà già emerse nei mesi scorsi: i costi di produzione continuano a pesare sui bilanci aziendali, mentre i prezzi riconosciuti al prodotto non consentono di recuperare margini adeguati. Una condizione che rende sempre più complessa la programmazione delle attività e che mantiene elevata la pressione sulle aziende cerealicole del territorio.
A tornare sul punto è Stefano Lamberti, presidente della sezione cerealicola di Confagricoltura Pavia. «Si avvicina il periodo del raccolto, ma la situazione è sempre critica. Ci auguriamo di riscontrare buone produzioni, soprattutto perché i prezzi rimangono sotto una soglia di convenienza economica. In questo contesto, avere rese soddisfacenti diventa ancora più importante per cercare di contenere almeno in parte gli effetti di una stagione che continua a presentare forti elementi di fragilità».
Il nodo di fondo, secondo Confagricoltura Pavia, resta invariato: il mercato continua a non riconoscere un valore adeguato al lavoro delle imprese agricole, nonostante l’aumento dei costi legati a fertilizzanti, mezzi tecnici, carburanti, energia e lavorazioni. Una forbice che si è progressivamente ampliata e che oggi mette in discussione la sostenibilità economica di molte aziende, in particolare in aree dove la cerealicoltura rappresenta un tassello importante dell’equilibrio produttivo e colturale.
A questo scenario si è aggiunto un ulteriore elemento di preoccupazione, legato al decreto Bollette. Il provvedimento, infatti, introduce un quadro che rischia di disincentivare nel lungo periodo la realizzazione e il mantenimento di impianti a biogas, con possibili ricadute indirette ma significative anche sul fronte cerealicolo.
«Si è venuta a creare un’incertezza che non aiuta il comparto – osserva ancora Lamberti – perché il rischio è quello di limitare gli sbocchi di mercato delle colture cerealicole. Negli anni si stavano consolidando filiere tra aziende produttrici di insilati e realtà che li trasformavano in energia elettrica. Se questo sistema viene indebolito, il danno non riguarda solo il settore energetico, ma investe direttamente anche le imprese agricole che su quei rapporti di filiera avevano costruito prospettive di medio periodo».
Il punto, dunque, non riguarda soltanto il prezzo del cereale all’origine, ma l’intero contesto in cui operano le aziende. Quando vengono meno canali di collocazione del prodotto o si incrinano relazioni economiche costruite nel tempo, aumenta l’incertezza e si riduce la capacità delle imprese di pianificare le semine, gestire i costi e fare investimenti.
Per Confagricoltura Pavia, la cerealicoltura continua a rappresentare un comparto strategico, non marginale, che incide sulla tenuta economica delle aziende, sulla rotazione agronomica e sull’equilibrio complessivo del territorio. Per questo il settore ha bisogno di misure coerenti, capaci di rafforzare il reddito dei produttori e di non compromettere filiere che hanno dimostrato di poter generare valore sia sul piano economico sia su quello ambientale.
Alla vigilia del raccolto, l’auspicio resta quello di ottenere produzioni positive sul piano quantitativo e qualitativo. Ma da sole le buone rese non possono bastare a risolvere un problema che resta strutturale. Senza un mercato più equilibrato e senza un quadro normativo che non penalizzi le filiere collegate, la crisi della cerealicoltura pavese è destinata a restare aperta.
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