Lo stato di severità idrica nel distretto del Po è stato innalzato da medio ad alto, il massimo livello previsto. Anche se la fase più intensa dell’ondata di calore è in attenuazione, la situazione resta critica: le temperature elevate e l’assenza di precipitazioni diffuse hanno aggravato un deficit che si è accumulato nel corso dei mesi e che non può essere superato con qualche temporale isolato.
A delineare il quadro è Francesco Tornatore, dirigente dell’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po: «Gli indicatori meteo-climatici ci restituiscono un’informazione che riguarda non solo le condizioni specifiche relative all’ultimo mese, ma anche quelle generali da inizio anno. Se guardiamo precipitazioni e temperature, siamo in una condizione di siccità che va da severa a estrema in gran parte del Distretto padano».
Il passaggio al livello massimo comporta la comunicazione alla Protezione civile e la predisposizione di una relazione con un focus sugli approvvigionamenti idropotabili. Il documento potrà supportare eventuali richieste regionali di dichiarazione dello stato di emergenza per il settore idropotabile e dello stato di calamità per quello agricolo.
L’attenuazione del caldo, da sola, non basta infatti a modificare il quadro. I temporali sparsi che hanno interessato o potranno interessare alcune aree possono offrire un sollievo locale, ma non garantiscono apporti significativi in termini di pioggia cumulata. Le portate dei corsi d’acqua restano ridotte e il Po continua a risentire della carenza di risorsa. Nel Delta, già in sofferenza da settimane, la bassa portata favorisce inoltre la risalita dell’acqua salata, limitando la possibilità di derivare acqua per i diversi usi.
«Nell’immediato non si esce da questa situazione – sottolinea Tornatore –. Abbiamo poche frecce al nostro arco, al di là di valutare deroghe mirate per i prelievi. I laghi sono vuoti e questo condiziona la disponibilità».
La crisi del 2026 si è sviluppata in modo diverso rispetto a quella del 2022. Allora il deficit idrico era evidente già dall’anno precedente; quest’anno le proiezioni indicavano giugno e luglio in linea con le precipitazioni medie del periodo. Le piogge si sono però concentrate in pochissimi giorni: un dato medio apparentemente normale che non si è tradotto in una disponibilità sufficiente per affrontare la stagione irrigua.
Accanto alle misure emergenziali è quindi necessario intervenire in modo strutturale. Un nodo centrale riguarda la risicoltura, che assorbe circa un terzo del fabbisogno idrico del distretto. La diffusione della semina in asciutta ha concentrato la richiesta d’acqua nei mesi di giugno e luglio, proprio quando anche le altre colture raggiungono il picco della domanda.
Su questo fronte l’Autorità di bacino sta lavorando anche con Confagricoltura Pavia e con le associazioni di categoria. L’obiettivo non è tornare integralmente alla semina in sommersione, ma ripensare la gestione del territorio e individuare sistemi capaci di mantenere più alto il livello della falda, anche attraverso irrigazioni mirate e interventi di ricarica artificiale.
La Lomellina potrebbe offrire una capacità di accumulo significativa: l’acqua trattenuta nel sottosuolo verrebbe progressivamente restituita al Po durante l’estate. Una soluzione che, secondo Tornatore, potrebbe essere realizzata con costi contenuti e produrre risultati importanti se applicata su vasta scala.
Confagricoltura Pavia è pronta a collaborare, mettendo a disposizione la conoscenza delle aziende e del territorio. Perché l’attenuazione di un’ondata di calore non coincide con la fine della siccità e, come conclude Tornatore, «pensavamo di avere più tempo per affrontare il cambiamento climatico. Invece il tempo non c’è».
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