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RISO: SUPERFICI STABILI, MA IL MERCATO CONDIZIONA LE SCELTE VARIETALI

Scritto da

Confagricoltura

Pubblicato il

20/02/2026

Le superfici risicole italiane dovrebbero rimanere sostanzialmente stabili nel 2026. È quanto emerge dal primo sondaggio semine promosso dall’Ente Nazionale Risi tra i produttori di tutta Italia. Hanno risposto 1.022 risicoltori su un totale di circa 3.500 aziende (pari a circa il 30%).

In linea generale, la superficie nazionale – che lo scorso anno era pari a 234.700 ettari – dovrebbe attestarsi intorno ai 234 mila ettari.

La provincia di Pavia e la Lomellina si confermano il primo polo risicolo italiano per numero di produttori coinvolti nel sondaggio (1.270), davanti a Vercelli (850) e Novara (500). Un dato che conferma il peso strategico del nostro territorio all’interno della filiera nazionale.

Dal punto di vista varietale, si registra un forte aumento del gruppo dei Tondi, che passano da 56.800 a 77.350 ettari (+36%). In particolare, il Centauro quasi raddoppia la propria superficie, passando da 4.700 a 7.200 ettari (+44%).

Buone le prospettive anche per l’Arborio, che cresce da 19.300 a 23.500 ettari (+21%), e per il Carnaroli, che passa da 24.500 a 28.200 ettari (+15%).

In calo, invece, il Roma e similari (da 28.200 a 17.400 ettari, -38%), il gruppo dei Medi (da 35.600 a 30.200 ettari, -15%) e il Lungo B (da 46.200 a 38.100 ettari, -17%). In diminuzione anche il Lungo A, per le medesime dinamiche di mercato.

Come sottolinea la presidente di Confagricoltura Pavia, Marta Sempio, “le previsioni di semina sono fortemente condizionate da una fase di mercato estremamente difficile, con prezzi bassi e in continuo calo. Registriamo un aumento significativo delle superfici a tondo, che oggi mostrano una maggiore tenuta rispetto ad altre tipologie. Al contrario, il Lungo B e il Lungo A risentono delle quotazioni al ribasso, anche a causa dell’importazione di riso a dazio zero o ridotto dai Paesi del Sud-Est asiatico”.

Il rischio è che questi spostamenti massicci da una varietà all’altra generino nuovi squilibri di mercato. Gli agricoltori hanno sempre meno margini di scelta: le esigenze agronomiche e le caratteristiche dei terreni rendono alcune decisioni quasi obbligate. Si guarda al mercato, ma anche a ciò che è concretamente possibile coltivare in azienda.

I dati restano provvisori, basati su un campione limitato di imprese, ma indicano con chiarezza la necessità di una pianificazione più strutturata lungo tutta la filiera. Servono strumenti che garantiscano maggiore stabilità, a partire dai contratti di coltivazione, per evitare che le oscillazioni del mercato ricadano interamente sulle aziende agricole.

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